Nelle mura del convento: La vera storia delle Case Magdalene

di Rossella D’Alessio

Qualche tempo fa un film mi ha lasciato inorridita. Parlo di “Magdalene” del regista scozzese Peter Mullan, non recentissimo (risale al 2002) e purtroppo brutalmente reale. Colpisce come un pugno inaspettato nello stomaco. Siamo in Irlanda nell’anno 1964: tre ragazze di diversa estrazione sociale, Margaret, Rose e Bernadette vengono mandate in un convento per espiare i loro peccati mortali. Ovvero: Margaret è stata violentata dal cugino, Rose ha partorito un figlio “illegittimo”, Bernadette attira troppo l’attenzione dei ragazzi. Non vado oltre con lo spoiler del film (ne consiglio caldamente la visione a tutti) che sostanzialmente muove una forte denuncia: Peter Mullan ha voluto svelare l’agghiacciante esistenza delle cosiddette “Case Magdalene”, per troppo tempo celata.

Questi istituti, sorti in Inghilterra e in Irlanda nel XIX secolo (poi diffusi in minima parte anche negli Stati Uniti, in Canada, in Australia) in origine fungevano da ricoveri temporanei per la riabilitazione di ex prostitute ed erano gestiti da suore di vari ordini religiosi; qui, venivano segregate tante giovanissime donne indegne di vivere nella collettività e meritevoli di un duro trattamento a causa della loro condotta sregolata. Si parla di ragazze vittime di stupro, donne troppo avvenenti, giovani madri nubili o tutte coloro che erano considerate spregiudicate, deviate, peccatrici dalla perbenista società cattolica dell’epoca, e quindi da correggere con i metodi tutt’altro che ortodossi utilizzati dalle suore. Proprio la Chiesa Cattolica si è occupata di incrementare la diffusione di questi istituti, fino a trasformarli in istituzioni permanenti in cui spesso le ragazze trascorrevano la loro intera vita (come Esther Harrington, che è morta lì dopo settant’anni di reclusione). Esse dovevano redimersi dai peccati commessi con la preghiera costante e il duro lavoro: soprattutto nelle case d’Irlanda, si trattava di estenuanti mansioni in lavanderia, a mani nude per ore e ore nell’acqua bollente, e infatti in questo paese gli istituti erano chiamati “Magdalene Laundries” (la cantante Joni Mitchell vi ha dedicato una straziante canzone omonima), vere e proprie lavanderie industriali in cui la manodopera delle operaie, non venendo retribuita, consentiva ai conventi ottimi e illeciti guadagni.

Dunque una gerarchia di preti e suore che deliberatamente sfruttava a proprio vantaggio il lavoro di giovanissime innocenti; con tutto un comodo corredo di abusi sessuali e violenze fisiche di cui sembra quasi impossibile non meravigliarsi. Ogni cosa occultata abilmente dal classico tacito complotto dei più forti contro i più deboli. Fino agli anni Novanta del secolo scorso, cioè ben centocinquant’anni di esistenza indisturbata: solo nel 1993 (praticamente l’altro ieri!), anno in cui parte di un convento di Dublino fu venduto dalle suore ad un imprenditore, fu fatta chiarezza sulla loro effettiva funzione in seguito alla scoperta di ben 155 scheletri anonimi appartenenti alle pazienti cadute nell’oblio. Dopo, nel 1996, anno di chiusura dell’ultima Casa Magdalene irlandese, alcune ex detenute ruppero il silenzio, raccontando quello che nessuno osava immaginare (Mary Norris ha cercato di denunciare la situazione per bene dieci anni prima di essere creduta): stupri da parte dei preti, torture fisiche e psicologiche dalle suore, isolamento totale dal mondo esterno.
Magdalen-asylum-england Tutta la verità, poi racchiusa nell’atroce documentario intitolato “Sex in a cold climate” del 1998, in cui altre ex detenute, Christina Mulcahy, Phyllis Valentine, Martha Cooney e Brigid Young denunciavano le terribili angherie subite, fugando ogni dubbio in proposito e mettendo a tacere le voci contrarie (quelle dell’ala cattolica intransigente, perlopiù) che inneggiavano alla “bufala” giornalistica.

“Dicevano che era peccato essere vanitose, che non bisognava far svolazzare i capelli, che era peccato guardare il proprio corpo, le suore insegnavano questo”

È la testimonianza di Phyllis Valentine, che ha scoperto solo anni dopo il motivo per cui era finita lì: aveva dei bei capelli, era troppo carina. Recentemente, una commissione apposita ha confermato il rinvenimento di circa 800 corpi di bambini anonimi in una fossa comune a Tuam (Irlanda nord-occidentale) vicino al convento gestito dalle “Bon secours sisters” che accoglieva ragazze madri, attivo tra il 1925 e il 1961 (notizia ANSA datata 4 marzo 2017). È l’epilogo di un lungo percorso. Nel 2014, infatti, la storica locale Catherine Corless, trovandosi tra le mani i certificati di morte di circa 800 bambini i cui corpi sembravano svaniti nel nulla, aveva premuto sul governo irlandese perché facesse chiarezza sulla situazione, indicando anche il luogo in cui cercare: proprio Tuam, in cui già negli Anni Settanta erano stati ritrovati accidentalmente una ventina di scheletri. Anche in quell’occasione si era parlato di una bufala ben orchestrata, ma meno di tre anni dopo la commissione istituita dal governo irlandese nel 2015 “Mother and baby homes commission of investigation”, ha appurato l’effettiva l’esistenza della fossa comune ipotizzata dalla Corless, descritta come una struttura sotterranea divisa in venti camere in cui sono stati sepolti per quarant’anni bambini e bambine senza nome, figli e figlie di madri anonime. Dunque (e purtroppo), le Case Magdalene sono esistite. Dunque, caro cattolicesimo intransigente, accetta l’agghiacciante verità a testa bassa.   Per approfondire:

    • “Magdalene”, film di Peter Mullan, 2002

 

  • “Philomena”, film di Stephen Fears, 2013

 

 

  • “Sex in a Cold Climate”, documentario di Steve Humphries del 1998

 

 

Potete trovare “Sex in a Cold Climate” in inglese, sottotitolato in Italiano qui locandina

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